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Il cantastorie Murubutu che fa volare tra i venti attraverso il rap – Sh@re

Il cantastorie Murubutu che fa volare tra i venti attraverso il rap

Questa recensione del nuovo album di Alessio Mariani, in arte Murubutu, volevo scriverla alla sua uscita, dopo un paio di ascolti, in modo da scrivere di getto, e a freddo, le sensazioni istintive che le canzoni mi trasmettevano. Poi ho capito che per recensire un disco come L’uomo che viaggiava nel vento (e altri racconti di brezze e correnti) occorreva prima gustarlo, poi metabolizzarlo. Quando dei testi hanno un significato così profondo, è difficile che ti entrino in testa a primo impatto. E’ difficile capirli.

Murubutu sembra non esaurire mai quella vena creativa che lo porta a scrivere storie inesauribili, percorsi mistici attraverso l’arte del rap miscelato alla narratologia letteraria, alla poesia, alla musica dolce e leggera, alla storia e alla saggistica, e ancora una volta è stato capace di elaborare un capolavoro di estro raro. Non a caso è più facile definire il suo genere con il termine letteraturap, tratto che lo contraddistingue dalla maggior parte dei rapper italiani e che lo colloca tra i migliori storytellers che la scena musicale rap italiana conosca. La scelta delle collaborazioni sposa perfettamente questo progetto in quanto, in passato con Claver Gold, ora con Rancore, Dargen D’Amico e Ghemon, l’abilità di questi artisti di rendere una canzone poesia vera e propria, racconto, storia, mito, favola, è più unica che rara, non certo alla portata di chiunque.

Altra peculiarità di Murubutu è che, oltre ad essere un rapper eccellente ormai conosciuto su scala nazionale tra gli appassionati del genere, a differenza di altri rapper famosi svolge un’altra professione, quella di insegnante di storia e filosofia al Liceo Matilde Canossa di Reggio Emilia. Una vita immersa nel rap, nella letteratura, nella storia e nella filosofia, in pratica. Intellettuale a tempo pieno.

Ecco che per recensire questo disco mi sono servito, oltre che dell’udito, delle annotazioni ai testi del sito Genius, proprio perché essendo un album ricco di particolari, curiosità e retroscena, mi sono fatto aiutare da chi alcuni riferimenti li ha colti prima di me. E’ anche questo il dono che fanno artisti come Murubutu, quello di permettere una conoscenza per autocontatto, di generare cultura e informazione attraverso un verso, una citazione, una canzone intera. La cultura genera altra cultura, apre le menti, non le fa assopire.

La Mandibola Records, etichetta discografica della quale Murubutu fa parte, ha così descritto il disco dell’artista:
Murubutu rap-conta attraverso un comun denominatore, il vento: il vento come agente atmosferico ma soprattutto come medium narrativo attraverso cui raccontare fenomeni complessi come l’alfabetizzazione, la “diversabilità”, l’emarginazione, le spese di guerra“.

#1. Anemos
L’intro che apre l’album è un vero e proprio inno al vento, il protagonista onnipresente dell’intero disco, ma è proprio in questo pezzo che il vento, osannato e mistificato, raggiunge i massimi livelli elegiaci. Infatti Anemos è come un’invocazione alla Musa di un proemio ellenico destinata al vento. Anemos vuol dire anima, il vento è metaforicamente anima, del mondo come di questo disco, dall’intro fino alla conclusione.

Il vento è la linea eterna del respiro della terra
La linea eterea del sospiro che la genera, che la celebra

Il rumore del vento apre l’intro e percorre tutto l’album, diventando il filo conduttore che unisce tutte le tracce trasformandole in un’unica grande traccia musicale – o un libro – da ascoltare tutta d’un fiato. Murubutu respira, canta, fino a sussurrare, verso la fine, personifica il vento e lo descrive come il miglior cantautore senza note o parole. Il vento caccia via le nubi non solo dal cielo ma anche da chi le nubi le ha negli occhi. Viene citato, infine,  il Fedro di Platone.

#2. La bella creola
Il filo conduttore vento con il suo fruscio apre anche il secondo brano, che come lo stesso Murubutu ha dichiarato sulla sua pagina Facebook, è ispirato al romanzo di M. Bonnefoy Il meraviglioso mondo di Octavio. La canzone parla dell’incontro tra Pampero, un pastore argentino, e la cultura, personificata da Creola, una donna particolarmente affascinante. Il nome della donna non è casuale: l’aggettivo creolo veniva utilizzato in passato per indicare le persone di origine europea nate nelle colonie del Sud America, il nuovo mondo. Questo incontro riesce a trasformare Pampero in un uomo nuovo, colto e saggio. La cultura è l’arma più potente per creare civiltà, noi uomini siamo nati con la necessità di creare e ricevere cultura, è così da sempre e lo sarà per sempre.

Grazie di tutto il tuo amore, nostra Signora istruzione

#3. Grecale
Traccia credo tra le più profonde dell’album, ispirata da una storia vera. Giulia è l’emblema di tanti portatori di handicap che riescono, attraverso la loro passione, a raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Giulia è il messaggio, è l’esempio della determinazione, e Murubutu ne è il messaggero. Le parole in francese che aprono il pezzo gli conferiscono una connotazione romantica e sublime, squisitamente poetica decadente.
Il brano parla di una ragazza che nutre una forte passione per la danza e che nonostante la cecità conquista un riscontro largamente positivo dal suo pubblico attraverso la perseveranza e l’allenamento. “Il titolo Grecale è il nome di un vento mediterraneo che soffia da nord-est ed è spesso causa di perturbazioni climatiche, principalmente lungo la costa Adriatica e nella pianura padana di cui Murubutu stesso è figlio.” (Genius)
La cecità è la perturbazione che ostacola il cammino di Giulia.

Giulia si alza tra i cocci dei sogni distrutti
La danza è oltre gli occhi, è nel corpo e nei flussi
Questa sera sarà l’arte qua a darle i suoi frutti
Quando ballerà con le altre di fronte a tutto e tutti

Giulia rincasa sente il vento e il profumo
S’addormenta sogna i lumi, poi l’applauso diffuso
Sente i fiori sopra il palco ogni applauso futuro
E non è vero sai che i ciechi sognano il buio

“In questi versi finali viene descritto come Giulia senta il vento tramite il tatto e il profumo tramite l’olfatto e una volta addormentata rivive nel sogno il momento degli applausi e il profumo dei fiori lanciati sul palco, nonché ogni applauso futuro che la aspetta in questa sua ritrovata arte… ma viene detto prima di ogni altra cosa che sogna i lumi e Murubutu conclude la strofa ribadendo che i ciechi non sognano il buio, il che vuol dire che almeno nei suoi sogni Giulia potrà rivivere le sue esibizioni senza vederle nelle tenebre.
Degno di nota come, sebbene vengano forniti molti indizi per tutta la canzone, questa sia la prima e unica volta in cui Murubutu menziona esplicitamente la cecità di Giulia. A primo ascolto è infatti abbastanza difficile cogliere gli indizi e capire che il buio in cui vive è dovuto alla perdita della vista, finché non si arriva a questa frase finale, che si può quindi considerare una sorta di colpo di scena.
A Giulia non importa se viene presa in giro, la danza le dà pace ed è la sua valvola di sfogo.
Viene detto più volte nel corso della canzone che il vento sembra quasi parlare a Giulia. Questo può essere dovuto al fatto che, non potendo fare affidamento sulla vista, il vento, sentito col tatto, diventa il principale punto di riferimento per la ballerina. Allo stesso tempo è quello che le permette di orientarsi e coordinare i movimenti, dicendole quindi figurativamente parlando che ci riuscirà, e ce la fa. Anche il vento danza, e Giulia seguendolo e sfruttando i suoi quattro sensi rimasti, senza la vista, può avere la stessa grazia.” (Genius)

#4. Scirocco (feat. Rancore)
Scirocco, uno dei venti della rosa dei venti, citata nella canzone, vanta la collaborazione del rapper romano Rancore. La strofa di Murubutu è come sempre di rara bellezza, e Rancore sembra calzare a pennello in questa traccia grazie alla sua incisiva aggressività sul beat e a un uso delle rime che col passare degli anni viene perfezionato sempre più, tanto che su questa base dal suono del vento, Rancore sembra rappare forte come quel vento di scirocco.
La particolarità dello scirocco è quella di soffiare in sequenze di circa 3 giorni in un luogo, raramente per solo un giorno o più a lungo. Per tutta la canzone viene ribadito che non si sa dove porti lo scirocco, l’unica cosa che si sa è che a Paolo, protagonista della storia, lo scirocco lo portò alla morte, appiccando un incendio nel bosco, così da non farlo più tornare indietro.

#5. Mara e il maestrale
“Potrebbe essere corretta l’interpretazione circa la malattia mentale di Mara e la frase rivelatrice potrebbe essere: a volte chiede delle risaie, guarda i campi non capendo. Forse alla vecchiaia è conseguita una qualche sindrome e infatti lei ricorda i campi della sua gioventù, ma non ricorda di essere ormai da molto tempo in Francia. Anche il ritornello a ben vedere lo suggerisce: Mara guarda negli occhi di Nando e non lo riconosce, ma non riconosce neanche se stessa riflessa negli stessi occhi. Però lei conserva nel cuore il ricordo dell’amato, anche se i suoi occhi le impediscono di riconoscerlo.” (Genius)

Chiese a tutti i vicini ma nessuno seppe che dirle, seppe che dire
Si scambiavano sguardi ma non riuscivano a ridere

#6. Bora
La Bora è un vento catabatico di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell’Egeo e del Mar Nero in presenza di forti gradienti barici tra continente e mare. Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca. Nella Venezia Giulia, il vento, a causa delle grandi differenze di temperature che si instaurano tra l’altopiano del Carso, molto più freddo, e il litorale, sensibilmente più caldo, si rinforza notevolmente, divenendo furioso e turbolento, con raffiche che possono superare la soglia dei 150–160 km/h.
Qui Murubutu dà sfogo anche alla sua abilità di rappare velocemente, così veloce da dover stare attenti a non perdersi alcuni passaggi. La tecnica nel cambiare flow in questa traccia è particolarmente evidente.

#7. Dafne sa contare (feat. Dia)

Murubutu racconta, attraverso un parallelismo con la mitologia greca, la storia di una giovane suicida costretta dal padre a sposarsi contro la sua volontà. Il nome della ragazza allude al mito greco di Apollo e Dafne: il dio, innamorato della ninfa fluviale Dafne, la inseguì ovunque nonostante ella rifiutasse le sue attenzioni. Alla fine Dafne, vistasi raggiunta da Apollo, implorò i genitori, Ladone e Creusa, di non lasciare che Apollo la prendesse. La richiesta fu prontamente esaudita ed ella fu trasformata per sempre in pianta. Allo stesso modo, la Dafne della storia si trasforma poeticamente in aria nell’atto estremo.

Dafne è cresciuta e sogna il mondo perché sa che è un quadro
Vuole dipingerlo qua a mano e con colori a caso

E il vento sa cantare
E ci può raccontare
Le mille storie amare, come, dove e perché

il vento ci racconta queste storie…

Voleva dirgli “Sai papà, non siamo tutti uguali
Andremmo interpretati in molti modi come i quadri
Andremmo interpellati in molti casi più degli avi
Io mi rifiuto, sappi, non siamo tutti schiavi!”

Non senti il vuoto sotto, se hai tutto il vuoto attorno…

Dafne sa contare, conta: due, tre, quattro
Dafne non c’è più,
 si è trasformata in aria

Si è trasformata in aria” è il momento cruciale della metamorfosi, dove mito e storia si fondono. Ricorrono qui le Metamorfosi di Ovidio, nelle quali tra i tanti miti è presente anche quello di Dafne.

#8. Levante (feat. Dargen D’Amico & Ghemon)
Levante è una chicca. Tre poeti sulla stessa base. La strofa di Murubutu è a mio avviso è molto introspettiva e dietro le parole sono celate riflessioni filosofiche. Parole che creano immagini mentali, come quelle che seguono. Evento, concetto, elemento diventano oggetti fisici.

Murubutu: “Io credo a chi sa leggere i pollini sollevati nei vortici
Senza sbagliare scia
Per me non è un evento, è un concetto
O almeno è un elemento in concerto

Dargen: “Muove le barche poi entra in un bar che oggi non apre
Il proprietario ricorda il proprio padre
Quante volte ha letto ‘chiuso per lutto’
Ma non immaginava il giorno in cui l’avrebbe scritto

“Il soggetto è naturalmente il vento, che dopo aver mosso le barche entra in un bar chiuso per tutti se non per qualcuno di essenza eterea, come appunto il nostro protagonista, il Levante. Lo spettacolo è commovente: il proprietario del bar si è nascosto da ogni occhio umano a piangere la perdita del padre, probabilmente gestore del bar in questione. Dargen mette in evidenza come si tenda a non pensare mai che possano capitare degli avvenimenti spiacevoli a noi stessi, ma solo agli altri. Purtroppo però, gli altri siamo noi. Le varie allitterazioni di r ad inizio strofa conferiscono un particolare suono che in un certo senso rappresenta la continuità, l’imperturbabilità del muoversi del vento. Ma nel terzo verso una nuova allitterazione, questa volta sulla dentale t, ferma lo scorrere delle parole, appesantendole, e quindi fermando l’ascoltatore a riflettere sulla scena cui si trova davanti.” (Genius)

Dargen: “Si porta via le foglie, l’arco e il resto dello staff
Facendo saltare i ponti e gli innocenti, come la mafia
Voliamo tutti, volenti o nolenti

Dargen qui riflette sul fatto che il vento si porta via tutto, e il vento può essere metaforicamente la morte, la morte che si porta vie le foglie, quando giacciono senza vita sulla terra, che miete vite come fa la mafia, che ci fa volare verso l’alto verso una destinazione ignota, e non possiamo farci niente, prima o poi tocca a tutti.

Ghemon: “Qui dove ogni opposto convive…
Tu soffi ed il fuoco sembra raggiungere le cime
Non lo spegnere

Secondo Genius, Ghemon si riferisce alla dottrina dei contrari di Eraclito, secondo cui la legge segreta del mondo risiede nel rapporto di interdipendenza di due concetti opposti (pace-guerra, amore-odio ecc) che lottano fra di loro ma, nello stesso tempo, non possono fare a meno l’uno dell’altro, poiché vivono solo l’uno in virtù dell’altro: ciascuno dei due infatti può essere definito solo per opposizione e niente esisterebbe se non esistesse anche il suo opposto. La teoria di Eraclito vedeva nel fuoco la parabola assoluta dell’universo, in quanto in continuo movimento. Quello di Ghemon è un invito al vento, che scorre, proprio come il tempo, in maniera densa (mellifluo) come il miele, ad accompagnare i suoi istanti rendendoli più intensi (il fuoco che raggiunge le cime) ma senza spegnere le candeline stesse (forse il ricordo stesso degli anni vissuti).

#9. Linee di libeccio

Libeccio è un vento che spira da Sud-ovest, anche detto garbino (sul litorale di Veneto, Romagna, Marche e Abruzzo) o africo (termine letterario). Interessa tutto il bacino occidentale del Mediterraneo. Nell’Italia meridionale è conosciuto per il calore che porta con sé, ma soprattutto la sabbia, proveniente dal deserto del Sahara.
Murubutu narra la storia di una napoletana che nel dopoguerra degli anni ‘40 sogna il benessere americano ma rimane vittima degli eventi del periodo, suo malgrado.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Napoli, la città di Maria, come viene indicato più avanti, subì molti bombardamenti, in particolare dal 1940 al 1945. “pezzi di sogni falciati dalle esplosioni”.

Ma ora l’Italia era fame e miseria
Uscita dall’orrore dall’otre di un’altra guerra
Tenebre del conflitto la firma dell’armistizio
I soldati americani lì a Napoli in ogni vicolo

Da questa descrizione è chiaro che siamo nel 1943: l’Italia è in crisi economica dopo la Seconda Guerra Mondiale, e firma l’armistizio con gli Alleati. In quel periodo molti soldati americani furono mandati a occupare Napoli, in attesa della caduta di Cassino.

Bella signorina, signorina
Cantava lui passando veloce con la divisa
Lei, che ne ascoltava la voce mentre cuciva
Maria, s’era fatta grande, sognava una nuova vita

Nel periodo dell’occupazione dei soldati americani a Napoli gli italiani erano incantati da questi uomini provenienti dall’America, dove l’economia prosperava, in contrasto con la fame presente in Italia, e molte donne cercavano sicurezza economica in questi soldati. Maria sembra essere una di loro, viene corteggiata da un soldato e sogna di vivere una vita migliore in America con lui. Dalla Napoli del dopoguerra il soldato americano, bello e benestante, è il sogno di un altro mondo, di un’America dove non si soffre la fame e si può avere fortuna.
Com’era prevedibile, il soldato chiede Maria in sposa. Quando ciò accadde “non c’era già luce nella chiesa”, forse altra indicazione della grave crisi che porta questa chiesa a rinunciare all’illuminazione.
Tuttavia viene acceso un lume, che può simboleggiare le speranze di Maria scaturite da questo matrimonio, rivelando la sua collana e il vestito cucito da lei con la seta del paracadute del marito (usata per risparmiare sull’acquisto della seta).
(Genius)

E impara dalle cadute che in dubbio
Che sognava una vita in America
Quando fu, tutto blu, tutto buio sul Vesuvio
Lanciò un bacio all’Italia per seguirlo in Connecticut

Invece di trovare fortuna in America, Maria si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato: nell’America di Truman infatti, presumibilmente nel 1944 quando questa storia prende luogo, i reduci di guerra erano in condizioni economiche decisamente pessime, con un tasso di disoccupazione altissimo. Maria è confusa dalla situazione inaspettata e dopo aver superato un’esitazione iniziale decide di studiare per cercare di trovare lavoro e superare il cattivo momento. Nelle delusioni che si trova ad affrontare, per Maria l’unica consolazione è suo marito, che la aiuta a mantenere un atteggiamento positivo come evidenziato dai versi precedenti. Il marito di Maria la lascia per andare con “un’altra”, probabilmente scappando di casa all’alba di nascosto.
Maria a quel punto viene distrutta emotivamente e non sorride più ma piange. Tuttavia mantiene la fermezza di cercare di farcela e di non lasciarsi morire di fame. Schiacciata dalla brutta situazione economica e dall’abbandono del marito, Maria si ritrova costretta a tornare in Italia anche a costo di lavorare “da schiava”, sottopagata e sfruttata, non avendo altra scelta.
(Genius)

E di Maria cosa resta, Maria principessa
Di quell’immagine vecchia e riflessa
E là al mattino una brezza, sull’aria ormai spenta
Sollevò la sua essenza per lasciare l’America

Quel giorno il rimorso, rimosso, ricordo commosso
Rincorso sul bordo del mondo
Quel giorno il Libeccio a ridosso del golfo
Aiutava il suo cielo a spogliarsi, prima del sole?

#10 e 11. Molto belle anche Il Re dei venti (feat. La Kattiveria) e Isobarre, ma le ultime tre tracce del disco meritano spazio nettamente maggiore.

#12. L’Armata Perduta Di Re Cambise
Murubutu narra la triste storia di un’armata di 50.000 uomini, diretti verso l’oasi di Siwa col fine di conquistarla (siamo nel 524 a.C., durante l’occupazione dell’Egitto da parte dell’Impero Persiano). L’armata decide di avviarsi nel deserto del Sahara per arrivare a Nubia da una direzione insolita ed attaccare di sorpresa, ma durante la traversata, a corto d’acqua e cibo, viene travolta dal khamsin, un vento violento caratteristico della zona, che modella le enormi dune formando slavine mortali di sabbia fine, tempeste soffocanti e accecanti. Non vi furono superstiti dalla spedizione. (Genius)

#13. L’uomo che viaggiava nel vento
Questo brano  è la title track dell’album e vanta la collaborazione di Amelivia. Il testo raggiunge le tematiche del sogno del volo che ha sempre affascinato l’uomo attraverso il racconto delle vicende di Angelo d’Arrigo, avviatore e deltaplanista italiano detentore di vari record mondiali. La chiave di lettura della storia è ancora una volta la metamorfosi che si rifà, anche qui, ai racconti di Ovidio: l’uomo che diventa tutt’uno con la sua passione, e con gli animali che possiedono le qualità che l’uomo non ha, gli uccelli. L’uomo si confonde tra di loro, diventa anch’egli uccello, anch’egli dotato di ali, per volare sopra il mondo, elegante, con lo sguardo oltre i confini, simbolo di nuove sfide.

E ora vive un nuovo corpo che è tutt’uno con il cielo
Abbandonato il vecchio corpo dentro ad uno ultraleggero

#14. L’ultimo soffio.
La conclusione dell’album è intitolata “L’ultimo soffio”, e la musica malinconica che sembra ripresa dalla tradizione musicale italiana, dà un senso di nostalgia e lascia intravedere davvero quest’ultimo soffio, questa conclusione magica di un vento che si indebolisce fino ad esaurirsi, per poi riprendere il suo ciclo e continuare a soffiare, iniziare da capo, incessante e instancabile.

Murubutu ci ha incantati ancora una volta in un viaggio che sembra lo stesso di quell’uomo che viaggiava nel vento, ci trattiene nel suo viaggio e ce lo fa vivere come lui lo ha vissuto, mentre lo ha scritto.
L’uomo che viaggiava nel vento è un mix di cultura che bisognerebbe studiare nelle scuole perché se ancora esiste una cultura musicale in Italia bisogna ringraziare artisti come Murubutu e tanti altri che si prodigano affinché delle canzoni abbiano un valore più profondo di una semplice musica di sottofondo da bar, mare o discoteca.
Io ti ringrazio Alessio, per avermi aperto un mondo.

Per leggere i testi ed avere maggiori informazioni visita Murubutu – L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti (2016) su Genius.

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